[Ogni fine è sempre un inizio?]

DiLucia Scafidi

[Ogni fine è sempre un inizio?]

E’ possibile riprendere in mano la propria vita dopo una perdita (reale o simbolica) in campo affettivo, lavorativo o personale, senza rimpianti e/o rimorsi ?

Quando ci capita di soffrire per qualcosa o qualcuno di importante per noi, per esempio affrontare un periodo di forte crisi all’interno di una relazione, la perdita di qualcuno d’importante per noi o avere delle difficoltà sul lavoro, la sofferenza che proviamo può essere molto forte e creare emozioni negative come dispiacere, rabbia, tristezza, sensi di colpa.

Queste emozioni per quanto dolorose hanno una loro funzione importante.

La tristezza, ad esempio, ci porta a stare più su noi stessi, sul nostro Io e ci aiuta a disinvestire da quello che non fa più parte della nostra vita.

La rabbia, invece, ci aiuta a proteggerci da quello che non è buono per noi, da ciò che non vogliamo più nella nostra vita.

Mediamente occorre un tempo fisiologico per superare la sofferenza legata a una perdita che va dai 6 ai 24 mesi ma non tutti vivono questo tempo senza avere ripercussioni importanti su diversi ambiti della loro vita: sociale, lavorativa, personale.

Questo dipende non solo da alcune caratteristiche di personalità (ad esempio: la capacità di reagire positivamente a situazioni di stress negativo) di ciascuno di noi ma anche dalla presenza o meno di alcuni aspetti legati alle nostre esperienze di vita che possono agevolarci se presenti o ostacolarci se assenti (per esempio: la possibilità di ricevere sostegno o ascolto quando ne abbiamo bisogno).

Ci sono tendenzialmente 2 errori che ciascuno di noi fa o ha fatto quando si trova in una situazione di sofferenza legata ad una perdita che sono da evitare perché non solo non risolvono il problema ma a lungo termine ne creano ulteriori.
Vediamo quali sono:

1) Chiudersi in se stessi.

Se in un primo momento, isolarci dagli altri, ci protegge dalla paura di soffrire ancora e ci permette di affrontare nell’immediato emozioni molto difficili da vivere, a lungo termine, chiuderci, non ci permette di superare emotivamente la perdita perché la sofferenza rimane ingabbiata dentro di noi.

I più fortunati possono trovare nel supporto amicale o familiare un sostegno ma in molti casi questo può rivelarsi inefficace per tanti motivi:

Uno fra tutti perché quando c’è un legame affettivo, il nostro interlocutore non è obiettivo perché proprio in virtù del rapporto è poco lucido e rischia di farsi coinvolgere con le sue opinioni o emozioni riguardo al nostro problema quando in realtà, chi ha un problema, ha bisogno prevalentemente di essere ascoltato e guidato in un processo di scelta senza interferenze e questo non può farlo un amico o un parente perché, anche se armati di buona volontà, non hanno le competenze per farlo.

Molte volte dai parenti o dagli amici riceviamo un ascolto che è parziale e consigli di cui potremmo anche fare a meno perché non risolvono il nostro problema. Anzi, molte volte peggiorano la situazione perché superficiali.

Ecco perché è necessario rivolgersi ad un esperto in materia, perché l’esperto ci ascolta in modo professionale senza giudicarci o dare consigli, aiutandoci a scegliere secondo i nostri bisogni più profondi e a rimuovere eventuali ostacoli o blocchi che ci allontanano dalle nostre decisioni e obiettivi.

Nei casi più sfortunati, inoltre, dove manca il supporto amicale o parentale, a maggior ragione, è fondamentale rivolgersi ad un esperto se la sofferenza che proviamo legata ad una perdita diventa intollerabile per noi o va comunque ad interferire con il nostro vivere quotidiano creando un malessere.

Prima si interviene e meglio è.

Perché quando viviamo una situazione di malessere, se si protrae per lungo tempo, siamo più a rischio di sviluppare disturbi perché quando non abbiamo tutte le nostre energie psicofisiche a posto e subentrano situazioni di vita stressanti, quell’equilibrio fittizio che c’è, crolla e genera crisi che possono portare poi, alla comparsa di psicopatologie.

2) Reagire con rabbia.

L’altro errore che si compie è quello di reagire con rabbia. Provare rabbia per qualcosa o qualcuno da cui ci siamo sentiti feriti è umano ma è importante riuscire ad esprimerla in modo adeguato soprattutto nelle relazioni.

Questo avviene raramente perché di solito attribuiamo alla rabbia un significato negativo e la tratteniamo.

La rabbia repressa è molto negativa. Ricerche in ambito psicosomatico rilevano come alcune persone con specifici tratti di personalità (personalità di tipo C) hanno una grandissima difficoltà ad esprimere alcune emozioni specifiche, come la rabbia e la tristezza.

Questo comporterebbe un’attivazione del sistema neurovegetativo che porterebbe ad un indebolimento del sistema immunitario e alla comparsa di disturbi psicosomatici oltre che di patologie tumorali.

Inoltre, trattenere la rabbia per lungo tempo è impossibile perché non possiamo controllare i nostri veri sentimenti e diventa anche pericoloso perché può diventare distruttiva per noi e per gli altri perché diventa ingestibile e arrivare poi a compromettere in modo definitivo una relazione portando alla rottura.

La studiosa, Elisabeth Kubler Ross, descrive quelle che sono le fasi che si attraversano quando si affronta il dolore legato a una perdita (il lutto appunto).

Questo schema che descrive i vissuti e gli atteggiamenti esperiti durante il lutto, può essere esteso anche alle perdite cosiddette simboliche come ad esempio, la fine di una relazione importante per noi o la perdita di un progetto di vita significativo.

Vediamo quali sono:

1) Fase di negazione o del rifiuto in cui la persona vive una negazione psicotica dell’esame di realtà (perché non sembra vero ciò che è accaduto e si rifiuta di accettare la nuova condizione).

2) Fase della rabbia in cui si sente il bisogno di ritirarsi in se stessi, si prova un vissuto di solitudine e si dirige la rabbia o verso l’esterno o verso se stessi.

3) Fase della contrattazione; si rivalutano le proprie risorse e c’è una ripresa dell’esame di realtà.

4) Fase della depressione: costituita dalla consapevolezza che non si è gli unici ad avere quel dolore e che la morte o la fine di qualcosa d’importante per noi, è inevitabile.

5) Fase dell’accettazione costituita dalla totale elaborazione del lutto e dal’accettazione della differente condizione di vita.

Accettare non significa rassegnarsi o subire passivamente ma aprirsi a tutto quello che viene momento per momento, disagio compreso, smettendo di giudicare ciò che proviamo (pensieri, emozioni) e accogliendo invece gli stati d’animo dando loro importanza e ascoltando cosa vogliono comunicarci.

Significa anche guardare con occhi nuovi quello abbiamo vissuto, cercando anche di trarne un senso utile per la nostra vita senza farci più condizionare dalla sofferenza.

L’accettazione è la fase finale di elaborazione di un lutto.

Quella a cui tutti noi dovremmo arrivare se ci troviamo a vivere una perdita reale o simbolica e vogliamo tornare a vivere una vita libera dal dolore ma, come abbiamo visto, il processo di superamento del lutto può essere ostacolato da diversi aspetti e assumere anche contorni patologici limitando la nostra vita. Per questo è fondamentale chiedere un aiuto esperto.

Se vuoi scoprire come dare senso e significato alla sofferenza della tua perdita e anche ai modi per affrontarla e superarla prenota una consulenza telefonica con me.

L’appuntamento è gratuito ma a numero chiuso dunque se vuoi avere questa possibilità di valore puoi prenotarla inviando la tua richiesta con un messaggio Whatsapp al 339/5893158

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DiLucia Scafidi

[Se la tua Estate fosse un’emozione, quale sarebbe?]

 

L’estate è, per eccellenza, la stagione dell’anno in cui di solito, mettiamo un po’ da parte le attività caratterizzate dagli obblighi e dai doveri che scandiscono la nostra vita, per dedicare più tempo a noi stessi, ai nostri interessi, a visitare posti nuovi, ai nostri affetti.

E’un periodo caratterizzato da quello che gli antichi greci chiamavano il Kairos.

Il Kairos e il Kronos erano significati attribuiti dai Greci al tempo.

Il Kronos era il tempo quantitativo, oggettivo, quello per intenderci scandito dalle lancette dell’orologio.

Il Kairos era il tempo di qualità, quello che ci avvicina all’armonia tra l’uomo e la natura, quello adatto, opportuno o di Dio e che ci avvicina all’eterno.

Quando ero adolescente, l’estate assumeva per me una connotazione nostalgica perché la scuola finiva e io non avrei più visto il mio gruppo di amici, fino all’inizio del nuovo anno scolastico.

Fino ad un certo periodo della mia vita, non ho mai associato l’estate alla spensieratezza, alla leggerezza o alla vacanza ma alla tristezza, alla separazione dalle persone care, alla solitudine come tutte quelle persone che all’avvicinarsi delle festività natalizie o dei compleanni, cominciano a sentirsi tristi ed irritabili perché nella loro memoria questi momenti sono legati ad esperienze negative.

Forse sarà successo anche a te…

Se c’è una cosa che ho imparato dalle esperienze più critiche della mia vita è che ogni momento, anche il più doloroso, può lasciarci un importante insegnamento, utile per la nostra esistenza.

Ammesso che noi vogliamo coglierlo.

Lazarus, infatti, un illustre psicologo cognitivista, che ha posto l’accento sul modo in cui le persone guardano a ciò che gli accade,  sosteneva che non è tanto importante ciò che ci succede ma il modo in cui lo valutiamo che può fare una grandissima differenza.

Qui entra in gioco anche la possibilità di scelta della persona su come agire dopo un evento critico.

E il modo in cui valutiamo la realtà, innesca un circolo, che può essere vizioso o virtuoso e influire negativamente o positivamente, sul nostro stato d’animo prima e sul nostro comportamento dopo.

Quest’anno è stato un anno molto duro che ci ha messo alla prova a 360 gradi.

C’è chi ha perso il lavoro e si trova ancora disoccupato.

C’è chi il lavoro lo ha cambiato e sta affrontando un nuovo cambiamento di vita.

C’è chi il suo lavoro lo ha ripreso ma con nuove modalità e anche questo è un cambiamento.

C’è chi ha dovuto affrontare problemi di salute con la paura anche di non farcela.

E c’è chi con questa paura ha dovuto fare i conti e tutt’ora sta lottando per superarla.

C’è chi ha perso i propri cari in modo fortemente traumatico.

Quando affrontiamo un momento di grande cambiamento che porta con sé anche tanta sofferenza o stress possiamo decidere se abbandonarci alla sofferenza più cupa pensando che non ci sia speranza oppure vedere cosa, dentro noi stessi o attorno a noi, può aiutarci per affrontare quel momento.

E se le risorse che abbiamo non bastano o ci sembra di non averne, possiamo sempre pensare di chiedere un aiuto specialistico.

Quest’anno e quest’estate mi hanno insegnato a prendermi più cura dei miei bisogni, dedicarmi più tempo e lasciare un po’ più andare tutti quei “doverismi” che ci allontanano dalla nostra vera essenza.

Quindi se dovessi associare quest’estate ad un vissuto sarebbe l’essere autentici.

E il tuo qual è?

Imparare a fare delle proprie vulnerabilità anche dei punti di forza è un’abilità che possiamo sviluppare da un punto di vista psicologico.

Esistono molti modi per ottenere questo. Uno di questi è appunto il modo in cui ci approcciamo a quello che ci succede, ai pensieri che sviluppiamo su questo.

Pensieri potenzianti, determinano stati d’animo positivi che avranno ripercussioni positive sul nostro comportamento e ci supporteranno nelle nostre scelte di vita.

Se vuoi saperne di più, scoprire come affrontare eventi di vita critici superando la paura, blocchi emotivi o malessere  puoi contattarmi in modo gratuito, facendomi una domanda o una richiesta a questo link: https://luciascafidi.com/contatti/

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DiLucia Scafidi

L’influenza del legame di attaccamento sulla costruzione delle relazioni d’amore.

La funzione del legame di attaccamento è di determinare un modello di relazione basato su un senso di fiducia, contenimento e di “base sicura”.

E’ stato John Bowlby a definire il concetto di base sicura.

Con questo termine, Bowlby si riferisce al ruolo svolto dalla madre nella relazione col bambino. La madre, in quanto principale figura di riferimento emotivo-affettivo, nel periodo in cui il bambino comincia a muovere i primi passi nell’esplorazione del mondo che lo circonda, rappresenta potenzialmente una base sicura che può permettere al bambino da un lato la libertà necessaria per l’esplorazione, dall’altro un possibile conforto e riparo alla presenza di eventuali ostacoli o pericoli.

Un attaccamento sano ed equilibrato permette al bambino e all’adulto che questi diventerà, di creare relazioni sane in cui ci sia un equilibrio tra il bisogno d’individuazione e d’indipendenza e il bisogno di appartenenza, accudimento e contenimento.

L’attaccamento patologico, invece, è caratterizzato da un irrigidimento delle modalità di relazione e da uno squilibrio tra il bisogno d’intimità e d’indipendenza.

Si potranno quindi verificare relazioni in cui la persona, ad esempio, sacrifica il bisogno d’intimità a favore del distacco e dell’indipendenza. Questo è tipico delle persone che sviluppano un attaccamento di tipo insicuro – evitante.

Oppure relazioni in cui la persona sacrifica la propria individualità e autonomia per ottenere quella vicinanza fisica, rassicurazione e contenimento emotivo di cui ha profondamente bisogno. Questo è tipico di persone che hanno un tipo di attaccamento insicuro-ambivalente e sono più a rischio di sviluppare una dipendenza affettiva.

La capacità di realizzare un buon equilibrio tra il bisogno di autorealizzazione e autonomia (che riguarda la capacità di essere se stessi) e il bisogno di appartenenza all’altro e riconoscimento dipende dal senso di autostima personale e di sicurezza interiore.

Il senso di autostima personale è la valutazione soggettiva che facciamo circa le caratteristiche personali che ci contraddistinguono; tale valutazione può essere positiva o negativa e comincia a formarsi nei primi anni di vita a seguito dell’interazione con le principali figure di accudimento.

E’ una percezione soggettiva, dunque considerata la sua natura, non è fissa e stabile, ma può cambiare nel tempo.

Per parlare di legame di attaccamento è necessario che avvengano tre condizioni di base:

– Ricerca della vicinanza (tra chi riceve accudimento, contenimento fisico e/o emotivo, ecc. e chi lo offre);

– Protesta per la separazione (manifestazione dei cosiddetti “comportamenti di attaccamento” che accadono quando si avverte che la relazione non è più garantita, ad esempio il pianto del bambino quando la madre si allontana);

– Base sicura (atmosfera di sicurezza e fiducia verso la figura che si prende cura del bambino).

La relazione che si sviluppa tra la madre e il bambino nel corso della prima infanzia può essere considerata un prototipo delle relazioni di attaccamento che l’adulto svilupperà nel corso del suo ciclo di vita.

Da bambini, impariamo, infatti, a stare al mondo, tramite l’interazione con le nostre principali figure di accudimento e attraverso questo contatto ci formiamo delle rappresentazioni mentali sull’immagine che abbiamo di noi, degli altri e dei loro stati affettivi e su come funzionano i rapporti tra le persone.

Queste rappresentazioni mentali che in psicologia si chiamano MOI (Modelli Operativi Interni) influenzeranno le nostre scelte affettive.

Main e collaboratori (1987), hanno realizzato uno strumento, l’Adult Attachment Interview, un’intervista semistrutturata, che identifica l’atteggiamento dell’adulto nei confronti dell’attaccamento.

Grazie a questi studi e a quelli che seguirono, è possibile individuare i modelli di rappresentazione interna del sé e delle figure di attaccamento in età adulta. Questo permette anche una classificazione degli adulti in base al tipo di attaccamento:

– Free (Adulti sicuri o responsivi); sono persone con attaccamento sicuro.

Se il modello interno è di tipo sicuro si prediligerà una relazione con una persona che ha un attaccamento sicuro. I sicuri si cercano tra di loro. Nella relazione si realizzeranno le caratteristiche di una coppia sicura: responsività, disponibilità, apertura al dialogo, gestione costruttiva delle difficoltà, ricerca della soluzione in modo costruttivo. Nel rapporto, inoltre, si cercherà qualcuno che confermi la personale maturità all’interno di uno scambio caratterizzato da reciprocità, attenzione e alternanza di ruoli. Le persone con attaccamento sicuro sono anche in grado di chiedere aiuto quando ne sentono il bisogno e lo offrono con altrettanta facilità.

– Dismissing (Adulti distanzianti); sono individui con attaccamento di tipo evitante.

Le persone con questo tipo di attaccamento tendono a limitare l’espressione dei sentimenti negativi (rabbia, ansia, dolore) ed evitano le richieste di aiuto. Non amano entrare in conflitto con gli altri perché ciò li porterebbe a contatto con quello che provano. Descrivono le loro relazioni come basate sulla paura dell’intimità e hanno bisogno di porre limiti alla vicinanza emotiva con l’altro.

– Entangled (Adulti preoccupati); sono persone con attaccamento di tipo ansioso-ambivalente.

Gli individui con questo tipo di attaccamento vivono la paura della perdita e hanno la tendenza da adulti ad aggrapparsi al partner. La ricerca dell’intimità è vissuta in modo conflittuale: da un lato c’è un desiderio di fusione col partner che è idealizzato, dall’altro sono spaventati e alternano un atteggiamento di eccessiva vicinanza a uno di eccessiva distanza. La separazione, intesa come distacco, è intollerabile.

– Unresolved (Adulti con lutti irrisolti); sono persone con stile di attaccamento disorganizzato.

Gli individui con questo tipo di attaccamento assumono in modo estremo atteggiamenti ambivalenti. Hanno una percezione di sé come persone non amabili e si aspettano di essere o sentirsi rifiutati nella relazione. Con le loro figure di attaccamento hanno vissuto situazioni relazionali caratterizzate da imprevedibilità e incostanza, trascuratezza, situazioni di abuso e di lutto. Tutto ciò che hanno sperimentato da bambini, lo trasferiscono nelle loro relazioni adulte. E’ facile che persone con questo tipo di attaccamento si cerchino tra loro.

Conoscere il nostro modello di attaccamento ci aiuta a divenire consapevoli del modo in cui siamo abituati a vivere le nostre relazioni affettive e del modo in cui ci rapportiamo agli altri e apportare, laddove necessario, dei possibili aggiustamenti.

Chi ha avuto la possibilità di sviluppare sin da bambino rapporti armoniosi con le proprie figure di attaccamento è più facilitato in questo ma ciò non significa che se abbiamo avuto relazioni insoddisfacenti o povere affettivamente con le nostre figure di attaccamento siamo allora destinati ad avere rapporti infelici da adulti.

L’individuo, infatti, ha sempre la possibilità di sviluppare, lungo il suo percorso di crescita relazioni più armoniose con altre persone significative. Attraverso i rapporti amorosi, inoltre, si tenta di correggere gli aspetti sfavorevoli dei propri modelli di attaccamento.

Un partner con un modello di attaccamento sicuro, ad esempio, grazie alla sua capacità di assumere sia una posizione di dipendenza, sia di essere l’oggetto di dipendenza dell’altro, può offrire al partner che ha un modello di attaccamento insicuro un’esperienza emozionalmente correttiva e, il partner, in questo caso, potrebbe riuscire a comportarsi in modo più flessibile ed equilibrato.

Naturalmente non in tutti i rapporti di coppia è possibile riuscire ad ottenere ciò per diversi motivi. Quando in un rapporto di coppia notiamo, ad esempio, che il grado di sofferenza percepito è maggiore rispetto al senso di benessere, può essere molto utile intraprendere un percorso psicoterapeutico.

Questo è maggiormente valido nei casi in cui notiamo che nei rapporti di coppia, nonostante le nostre buone intenzioni, ci ritroviamo di fronte alle stesse difficoltà anche con partner con differenti caratteristiche.

Un lavoro psicoterapeutico efficace, infatti, permette di correggere gli aspetti sfavorevoli del nostro modello di attaccamento e permetterci di affrontare i rapporti con gli altri in modo più flessibile e armonioso.

DiLucia Scafidi

Cosa ci spinge a scegliere il partner?

La scelta del partner dipende da fattori diversi. Da un lato, è determinata dal desiderio che è fondamentale per sentire l’attrazione iniziale e creare successivamente una relazione.

La nostra percezione rispetto al desiderio o ad una simpatia verso l’altro è legata a ciò che dell’altro non vediamo e non conosciamo ancora.

Per descrivere meglio questo concetto, uso una metafora desunta dal linguaggio psicologico appellandomi al rapporto che intercorre, secondo la Psicologia della Gestalt, tra la Figura e lo Sfondo.

Il principale assunto della teoria della Gestalt, indica, come condizione necessaria per la comprensione da parte del nostro sistema percettivo di un’immagine, la distinzione tra la figura e lo sfondo. La figura e lo sfondo non possono mai essere letti contemporaneamente. Lo sfondo è quella parte dell’immagine che ci appare lontana e indefinita.

Quando c’innamoriamo di qualcuno, c’innamoriamo della figura ossia di ciò che vediamo poiché abbiamo un imprinting dettato dalle caratteristiche somatiche legate alle nostre figure d’attaccamento (i nostri genitori o chi per loro si è preso cura di noi nei primi anni della nostra vita).

Possiamo scegliere l’altro per similitudine o per complementarietà sia riguardo noi stessi sia riguardo le nostre figure significative.

Inoltre, c’innamoriamo anche di ciò che immaginiamo dell’altro; ciò significa che quando c’innamoriamo di qualcuno, non stiamo nell’Alterità ma dentro una nostra fantasia e una proiezione che facciamo sull’altro e anche dentro una promessa veicolata dall’altro (“Io ti renderò felice”) che è la promessa del piacere che poi va ad attivare il desiderio e l’attrazione  fondamentali per far nascere un rapporto.

La promessa del piacere mette in moto un complesso sistema di risposte a livello ormonale durante il periodo dell’innamoramento con la produzione da parte dell’organismo di ormoni specifici.

Questo stato di cose è definito la “necessaria follia”.  Nelle società occidentali si parla spesso d’amore e si afferma che per far decollare un rapporto c’è bisogno di un momento di follia, una follia necessaria appunto, per vivere un momento d’amore.

I poeti hanno descritto molto bene questo con le loro opere parlando di sentimenti.

Lo sfondo, invece, che rappresenta ciò che non vediamo e come l’altro è realmente, emerge dopo, nella cosiddetta fase della delusione. I rapporti di coppia, infatti, nascono, si sviluppano e possono esaurirsi attraverso fasi evolutive differenti.

L’innamoramento rappresenta la prima fase di un rapporto amoroso.

La delusione emerge quando dobbiamo fare i conti con lo sfondo cioè con ciò che non vedevamo, immaginavamo, conoscevamo dell’altro.

Nasce quando dobbiamo confrontarci con tutti quegli aspetti dell’altro che non ci piacciono, diversi da quelli che invece all’inizio ci hanno fatto innamorare e che rappresentano dell’altro le qualità per così dire positive. E questo succede sempre, anche nelle storie molto belle.

L’attrazione, dunque, è necessaria per far decollare la relazione.

L’interesse iniziale per l’altro passa attraverso i nervi e il bulbo olfattivo che sono  direttamente collegati con una parte del nostro cervello chiamato sistema limbico che è una parte molto antica originatasi circa tre milioni di anni fa.

L’olfatto, dunque, riveste un ruolo importante. E il bulbo olfattivo e i nervi sono stimolati anche dal bacio. La scienza ci dice che bastano solo quattro minuti per capire se l’altro ci piace oppure no. Quando incontriamo qualcuno è dunque il sistema limbico a prevalere.

Quando invece cominciamo a conoscere l’altro, iniziamo anche a valutare se l’altro può andare bene per noi oppure no.

La valutazione razionale cognitiva che subentra dopo, fa capo ad un’altra parte del nostro cervello che invece è più recente e si è sviluppata centocinquantamila anni fa. Questa parte del nostro cervello che è la corteccia, ci illude di controllare.

E’ importante conoscere questi meccanismi per mettere in discussione ciò che crediamo di conoscere e questo ci permette anche di andare più cauti nella conoscenza dell’altro.

Un altro fattore che ci spinge a creare una relazione d’amore consiste in quella che la psicologia definisce come “mappa inconscia”. Possiamo definire la mappa inconscia come una sorta di canovaccio che ci guida nella scelta del partner in un modo in cui non siamo consapevoli.

Questo canovaccio è intessuto di tutta una serie di informazioni interne su quelle che sono state le nostre dinamiche relazionali con le nostre principali figure d’attaccamento (nostra madre, nostro padre e/o altri adulti per noi significativi).

Da bambini, infatti, impariamo a stare al mondo e cominciamo a crearci delle vere e proprie mappe mentali sull’immagine che abbiamo di noi stessi, sugli stati affettivi delle persone che ci circondano e su come funzionano i rapporti tra le persone attraverso il contatto e la relazione con gli adulti.

Queste mappe in psicologia sono chiamate Modelli Operativi Interni (MOI) e sono degli schemi di rappresentazione interna fatti di immagini, emozioni, comportamenti legati al rapporto che il bambino ha avuto con gli adulti significativi.

Una volta formati diventano inconsci cioè non accessibili alla consapevolezza e rimangono stabili nel tempo. I Modelli Operativi Interni influenzeranno le scelte affettive della vita adulta.

I rapporti amorosi, infatti, secondo gli studi sull’Attaccamento, si possono considerare come una sorta di riedizione delle dinamiche di relazione che abbiamo interiorizzato durante l’infanzia.

I vissuti degli attaccamenti come anche delle separazioni avvenute durante la prima infanzia ci sensibilizzano rispetto alle future esperienze affettive della vita adulta.

Nelle relazioni d’amore si possono osservare le stesse dimensioni che caratterizzano il rapporto madre-bambino.

Quando sperimentiamo il desiderio di avere e/o mantenere il contatto fisico con l’altro, quando sperimentiamo ansia da separazione quando l’altro si allontana, quando sperimentiamo una base sicura perché ci sentiamo amati, ci troviamo di fronte ad una relazione di attaccamento.

E’ stato John Bolwby, illustre studioso dell’Attaccamento, ad elaborare il concetto di “base sicura”.

Con questo termine, Bolwby si riferisce al ruolo svolto dalla madre nel rapporto col bambino.

La madre, nel periodo in cui il bambino inizia a muovere i primi passi per esplorare il mondo,  rappresenta una potenziale base sicura che gli permette la libertà necessaria per l’esplorazione del mondo circostante e allo stesso tempo gli fornisce un sostegno e un conforto sicuro qualora il bambino incontrasse possibili ostacoli e pericoli.

Bolwby riteneva che il legame d’attaccamento si sviluppasse attraverso alcune fasi e che fosse di tipo sicuro quando il bambino sente di poter avere dalla figura di riferimento, protezione, affetto, senso di sicurezza.

Quando, invece, nel rapporto con la madre il bambino sperimenta instabilità, paura dell’abbandono, eccessiva dipendenza, allora il legame di attaccamento si configura come insicuro.

Le caratteristiche che definiscono il legame di attaccamento tra la madre e il bambino si possono riscontrare anche in un rapporto di coppia.

Gli adulti, ad esempio, ricercano la vicinanza del partner quando vivono situazioni stressanti, provano rassicurazione quando il partner li conforta, possono sperimentare vissuti d’ansia se il partner non è disponibile, riescono ad affrontare meglio la vita sociale se sentono di poter fare affidamento sul partner, ecc.

Tendenzialmente, se abbiamo avuto coi nostri genitori un legame d’attaccamento sicuro trasferiremo nelle nostre relazioni amorose il senso di fiducia dato dall’esperienza di base avuta da bambini.

Se abbiamo avuto, invece, un attaccamento insicuro, trasferiremo le ferite emotive sperimentate da bambini.

Ciò non significa che se non abbiamo avuto relazioni primarie gratificanti e nutrienti con i nostri genitori da bambini, non possiamo avere buone relazioni da adulti.

Essere consapevoli del tipo d’attaccamento che abbiamo sviluppato da bambini con le nostre figure di riferimento è fondamentale soprattutto se ci ritroviamo a vivere spesso relazioni amorose insoddisfacenti e fonte di sofferenza.

Da adulti, attraverso un percorso psicoterapeutico possiamo fare un lavoro di riparazione delle ferite antiche che condizionano la nostra vita affettiva e di relazione, ripristinando un senso di base sicura.

Se non l’abbiamo avuto con i nostri genitori possiamo sperimentarlo nella relazione d’aiuto con il terapeuta.

Questo ci permetterà di interiorizzare un oggetto d’amore stabile e ci farà sperimentare la fiducia di base necessaria per vivere relazioni d’amore più appaganti.

 

 

DiLucia Scafidi

Psicoterapia e Integrazione; l’approccio pluralistico integrato dell’A.S.P.I.C.

a cura di Lucia Scafidi, Psicologa e Psicoterapeuta.

Le definizioni della “Psicoterapia” sono moltissime, tante quante sono le diverse forme di psicoterapie esistenti.

  1. Karasu (1986), a metà degli anni ottanta individuava più di quattrocentosessanta tipi differenti di psicoterapie.

I più illustri psicoterapeuti del passato e dei giorni nostri hanno fornito e forniscono definizioni della psicoterapia a seconda di quelli che sono gli assunti teorici su cui i diversi tipi di psicoterapia si basano. Ogni forma di psicoterapia, inoltre, si basa sull’uso di specifiche metodologie che s’ispirano ai differenti modelli teorici che le caratterizzano.

  1. Lazarus (1982), uno dei maggiori esponenti della psicoterapia cognitivo – comportamentale, considera la psicoterapia come l’applicazione di tecniche e principi che derivano dalla psicologia cognitiva, sociale e sperimentale che uniti alla saggezza del terapeuta permettono di alleviare la sofferenza e di migliorare l’adattamento del paziente.
  2. Watzlawich (1980), famosissimo psicologo ed esimio esponente della Scuola di Palo Alto, affermava che la psicoterapia si basa sulla comunicazione interpersonale e serve a cambiare le convinzioni delle persone sulla natura della realtà (Giusti, Montanari, Montanarella, 1995).

In generale, si può affermare che la psicoterapia è un sistema di cura della sofferenza psichica che si fonda su una relazione interpersonale tra due o più persone di tipo professionale e che si sviluppa tramite l’impiego di strumenti psicologici e una teoria che guida gli interventi.

All’interno della relazione psicoterapeutica, una persona (il paziente) chiede aiuto e/o desidera un cambiamento per la sua vita e l’altra (lo psicoterapeuta), cui sono riconosciute conoscenze teoriche, competenze e qualità personali, agevola il cambiamento desiderato.

Ogni scuola di psicoterapia attribuisce alla relazione tra il paziente e lo psicoterapeuta, ai principi teorici che la ispirano e alla loro interazione un differente significato. E’importante evidenziare che non si può parlare di psicoterapia senza uno scambio interpersonale caratterizzato da un progetto terapeutico di cambiamento.

Mentre negli anni passati si è assistito al proliferare di differenti teorie e modelli in ambito psicoterapeutico che hanno determinato un inasprimento delle posizioni delle varie scuole di psicoterapia non favorendo un dialogo che potesse basarsi sul rispetto delle differenze e sulla valorizzazione dei punti di vista comuni, nell’ultimo decennio, il divario ideologico si è ridimensionato e ciò ha portato molti psicoterapeuti ad andare alla ricerca di tutti quegli elementi presenti in altri approcci psicoterapeutici che possono essere utili per il trattamento di pazienti e difficoltà differenti.

Molte ricerche in campo clinico hanno dimostrato, infatti, che nessun approccio psicoterapeutico può considerarsi il più adeguato per trattare qualsiasi tipo di difficoltà e pazienti. Di fronte a questa realtà, alcuni tra i principali sistemi di psicoterapia hanno iniziato un esame critico delle loro teorie.

Oggi, inoltre, viviamo una realtà in costante mutamento. E una singola teoria non è sufficiente a spiegare la complessità di questa realtà. Ciò lascia immaginare quanto in ambito clinico sia indispensabile avere un approccio alle difficoltà della persona secondo una visione integrata.

I risultati delle ricerche, inoltre, hanno aperto la strada al cosiddetto “movimento per l’integrazione delle psicoterapie”; questo movimento è nato proprio dall’insoddisfazione degli psicoterapeuti per i singoli approcci e dal desiderio di superarne i limiti e ha anche permesso di sviluppare una visione integrata della psicoterapia.

Oggi col termine “Integrazione” in psicoterapia s’intende la combinazione della molteplicità delle teorie in un numero più semplice di fattori operativi comuni e in un vocabolario di termini che abbiano un significato condiviso (Maher, 1989).

L’Integrazione è diventato l’approccio psicoterapeutico più diffuso tra gli psicoterapeuti americani e britannici. La mia formazione personale, in qualità di psicoterapeuta, fa riferimento all’A.S.P.I.C. di Roma, Scuola di formazione quadriennale in psicologia clinica e di comunità e psicoterapia umanistica integrata.

L’A.S.P.I.C., nel 2004, ha ricevuto una citazione all’interno del più importante testo mondiale sulle metanalisi delle ricerche in psicoterapia, “Bergin and Garfield’s Handbook of Psychotherapy and Behavior Change” in cui si legge che uno dei centri per l’integrazione più grandi e di maggior successo è a Roma, in Italia, sotto la direzione di Edoardo Giusti.

Qui di seguito alcune parole di presentazione dell’A.S.P.I.C. da parte di Edoardo Giusti, fondatore della Scuola e mio grande Maestro:

“La Scuola di specializzazione pluralistica integrata dell’A.S.P.I.C. è nata nel 1994, ed è la prima Scuola che ha effettuato un programma di formazione per gli allievi d’integrazione di un modello umanistico insieme alla psicologia di comunità. Si dice spesso una scuola eclettica, in realtà è una scuola pluralista che si occupa della salutogenesi, quindi della prevenzione dei disturbi, del benessere dell’individuo e anche della qualità della vita. Inoltre, si occupa anche della patologia, della diagnosi e dei trattamenti clinici”.

Uno psicoterapeuta formato all’approccio pluralistico integrato dell’A.S.P.I.C. ha diverse competenze:

  • E’ un professionista ricercatore clinico con una forte tensione etica;
  • E’ in grado di comprendere in modo empatico il cliente e di offrire feedback adeguati al modo in cui il cliente desidera sentirsi compreso;
  • E’ in grado di fornire al cliente alcune indicazioni trasformative utili;
  • Utilizza alcune ipotesi diagnostiche che non stigmatizzano la persona per attuare piani di trattamento che possono essere a breve, medio e lungo termine;
  • Monitora l’efficacia del processo terapeutico e l’efficienza dei risultati attraverso i follow-up (incontri concordati con il cliente dopo la fine del trattamento).

Riferimenti bibliografici:

Giusti E., Montanari C., Montanarella G., Manuale di Psicoterapia Integrata, Verso un eclettismo metodologico, Franco Angeli Ed., 1995, Milano

DiLucia Scafidi

L’Ansia: “Un’anticipazione dolorosa ed estremamente allarmante di un futuro dolore”.

A cura della Dott.ssa Lucia Scafidi

Psicologa e Psicoterapeuta.

L’ansia è un’emozione a carattere spiacevole che determina effetti differenti sulla persona.

I sintomi di uno stato ansioso possono essere diversi tra loro: tremori, tachicardia, tensione muscolare, irrequietezza, fame d’aria, vertigini, irritabilità, nausea, brividi, vampate di calore, sensazione di gambe molli, idee catastrofiche, difficoltà di concentrazione o ad addormentarsi, ecc.

Anche se non esiste una definizione universalmente riconosciuta dell’ansia, si possono evidenziare degli elementi comuni tra le varie definizioni proposte dai diversi orientamenti psicologici; la maggior parte degli studiosi, infatti, è concorde nel ritenere l’ansia come “un’anticipazione dolorosa ed estremamente allarmante di un futuro dolore”.

Charles Darwin, nella sua prima pubblicazione scientifica mai pubblicata sull’ansia, affermava che “se ci aspettiamo di soffrire diventiamo ansiosi”.

E’ opportuno evidenziare la differenza che esiste tra “l’ansia di stato” e “l’ansia di tratto”.

L’ansia di stato riflette uno stato temporaneo di tensione, preoccupazione, nervosismo associato all’attivazione del sistema nervoso autonomo. L’ansia di stato può essere lieve, media o alta. Quando è medio-alta, è disturbante per la persona.

L’ansia di tratto, invece, è una caratteristica tendenzialmente stabile della personalità; le persone che hanno elevata ansia di tratto tendono a rispondere con una significativa reattività agli stimoli ansiogeni e presentano maggiori probabilità di avere ansia di stato di fronte a stimoli a basso potenziale ansiogeno.

L’ansia non è sempre negativa. E’ stato dimostrato da alcune ricerche, ad esempio, che gli studenti che devono affrontare un esame importante e hanno un livello d’ansia, moderato hanno un rendimento migliore di quelli che hanno livelli d’ansia più bassi. L’ansia può diventare un problema e comportare conseguenze spiacevoli o determinare veri e propri disturbi psicologici quando è eccessiva e interferisce negativamente sui diversi contesti di vita della persona (sociale, lavorativo, relazionale) e le modalità di fronteggiamento dei fattori interni o esterni della persona non sono più funzionali.

I Disturbi d’Ansia sono di vario tipo: Disturbo d’Attacco di Panico con o senza Agorafobia, Fobie, Disturbo d’Ansia Generalizzata, Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Quando l’ansia diventa una difficoltà è opportuno rivolgersi allo psicoterapeuta e intraprendere un percorso appropriato di gestione dell’ansia e di risoluzione di tutte le strategie disfunzionali che la persona ha adottato nel tempo.

DiLucia Scafidi

Quando è necessario intraprendere un percorso di psicoterapia?

A cura di Lucia Scafidi, Psicologa e Psicoterapeuta.

Il trattamento psicoterapeutico è indispensabile quando si sperimenta un vissuto di frequente malessere che può essere determinato da fattori interni alla persona o da fattori esterni e che altera in maniera significativa lo sviluppo armonico delle dimensioni di cui ciascuno di noi è fatto:

  • Sul piano cognitivo, ad esempio, ci può essere la presenza di pensieri e/o convinzioni negative che interferiscono sensibilmente sugli stati d’animo della persona e sul senso di autostima personale (che è il valore che ciascuno di noi attribuisce a se stesso) e bloccano il processo di decisione indispensabile per raggiungere obiettivi desiderati;
  • Sul piano emotivo, ci può essere la presenza di emozioni spiacevoli, quali ad esempio, tristezza, rabbia, ansia che se si protraggono per lungo tempo e non sono superate e/o gestite in modo adeguato possono rendere il quotidiano molto faticoso e generare stati eccessivi di stress e rappresentare l’anticamera per veri e propri disturbi psicologici e/o malattie;
  • Sul piano del comportamento la persona può assumere, ad esempio, atteggiamenti d’isolamento come difesa da situazioni dolorose o disturbanti o di evitamento di situazioni fonte di ansia come spesso accade nei disturbi legati all’ansia (Disturbo d’Attacco di Panico, Fobie, ecc.). Se in un primo momento questi atteggiamenti servono alla persona per cercare di gestire il peso emotivo di ciò che le succede o che vive, a lungo andare la portano inevitabilmente a restringere la sfera vitale e il suo campo d’azione. A furia di isolarsi o di evitare si andrà incontro anche alla perdita di opportunità importanti. Sul piano del comportamento, inoltre, ci possono essere anche atteggiamenti di vera e propria dipendenza psicologica (da sostanze stupefacenti, dal gioco, dalle relazioni affettive, dal cibo, ecc.).

In tutte queste situazioni sopradescritte è indispensabile chiedere aiuto rivolgendosi allo specialista: lo psicoterapeuta.

Lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico specializzato in psicoterapia.

La psicoterapia è una specializzazione conseguita dopo la laurea tramite un percorso di formazione quadriennale riconosciuto dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica).

Esistono numerose forme di psicoterapia e non esiste un modo univoco per definirla.

In generale, si può affermare che la psicoterapia è un sistema di cura della sofferenza psichica che si fonda su una relazione interpersonale tra due o più persone di tipo professionale e che si sviluppa tramite l’impiego di strumenti psicologici (il colloquio, l’uso eventuale di test psicologici, specifiche tecniche psicologiche) e una teoria che guida gli interventi.

All’interno della relazione psicoterapeutica, una persona (il paziente) chiede aiuto e/o desidera un cambiamento per la sua vita e l’altra (lo psicoterapeuta), cui sono riconosciute conoscenze teoriche, competenze e qualità personali, agevola il cambiamento desiderato. E’importante evidenziare che non si può parlare di psicoterapia senza uno scambio interpersonale caratterizzato da un progetto terapeutico di cambiamento.

La psicoterapia si rivolge alla complessità della sfera psichica di un individuo intervenendo sugli aspetti di disturbo psicologico apportando dei cambiamenti sui comportamenti disfunzionali e operando una ristrutturazione profonda sugli aspetti emotivi e i processi di pensiero.

Ci si può rivolgere allo psicoterapeuta anche quando si attraversano momenti di cambiamento esistenziale (ad esempio un passaggio di stato da figlio a marito o da figlio a genitore) che possono mettere in crisi l’equilibrio psicofisico della persona o quando si vivono eventi di vita particolarmente critici (la perdita di una persona cara, un incidente, uno stato di malattia, ecc.).  In questi casi lo psicoterapeuta lavorerà per agevolare la persona ad ampliare il suo stato di consapevolezza e il suo potenziale umano, sviluppare strategie di gestione della crisi, promuovere e/o potenziare le sue risorse interiori.